di Pierluigi Sullo in il manifesto 21 agosto 2008
Quando discutemmo, nella redazione di Carta, di come fare l'ultimo numero del settimanale prima della pausa di agosto (numero che è tuttora in edicola), tradizionalmente un numero speciale a tema, eravamo molto incerti se chiedere a noi stessi, ai nostri collaboratori e naturalmente ai lettori se il complesso dell'azione del governo disegni una sorta di fascismo. E se sì, di che tipo di fascismo si tratta: un ritorno del mai morto in camicia nera, o qualcosa di completamente nuovo. Esitavamo perché temevamo di scivolare nell'invettiva vecchio stile: l'epiteto di «fascista!», con tanto di punto esclamativo, è perfino diventato scherzoso, ha perso qualunque capacità contundente. Però da vari lati, e non solo quella della «sicurezza» o del razzismo legalizzato, ci pareva di poter tentare un raffronto tra il ventennio mussoliniano (le schede storiche sono a cura dei nostri amici della rivista Zapruder) e l'oggi. Ad esempio, la politica dell'autarchia con la polemica di Tremonti contro il «globalismo»; o il partito unico con il finto bipolarismo messo in scena dai media; o ancora, la figura dei due cavalieri, il loro ruolo di capi indiscussi e l'uso pubblico che fanno del loro corpo (il torso nudo di Mussolini durante la «battaglia del grano» e la bandana di Berlusconi dopo il trapianto di capelli). Alla fine la cosa ci pareva funzionasse, tanto che nel settimanale del rientro, in uscita venerdì 29, un ampio articolo di Marco Revelli riprenderà e discuterà il tema e altre riflessioni proporremo in seguito.
Ma quel che più ci ha fatto riflettere è che questa ipotesi ha bucato la cortina di fumo della politica quando è stata scritta, un paio di settimane dopo, dal direttore di Famiglia cristiana. E certo, se a dire una cosa del genere è un periodico a altissima tiratura destinato alle persone che frequentano le parrocchie, e non un piccolo settimanale di quelli che i media definiscono «no global», la cosa fa molta impressione. Però c'è qualcosa di più: secondo me, e è la timidezza della gente di sinistra (noi inclusi) che dopo tutte le botte che ha preso non ha affatto una buona cera, e tende a perdere la fiducia in se stessa. Cosa c'è di più classico di un comunista, o giù di lì, che dà del fascista a chiunque non gli vada a genio? Il bombardamento dei media, sui luoghi comuni di sinistra, è stato talmente prolungato e pesante, che da questa parte ci si sente non solo minoranza, ma anche un po' minorati. La chiesa cattolica, che invece guarda all'eternità e, sia detto con rispetto, ha digerito i suoi auto-da-fé, possiede l'autorevolezza morale per usare un'espressione logora come «fascista» e ottenere di sollevare un vespaio.
Noi tutti ci auguriamo un autunno meno rassegnato della stagione che l'ha preceduto. E ad esempio sarebbe interessante concentrare l'attenzione sulla mutazione che stanno subendo i sindaci: da rappresentanti dei cittadini a braccio del governo centrale, grazie ai poteri di polizia che Maroni gli vuole attribuire, assecondando il delirio della «sicurezza» che ha prodotto un Regolamento comunale mostruoso come quello di Firenze. Un incrocio tra un prefetto e un questore. Con la differenza sostanziale, però, che i leghisti, mentre diffondono metodi polizieschi, e mentre il loro ministro preferito, Tremonti, saccheggia con la finanziaria le casse municipali, rivendicano a gran voce l'autonomia fiscale dei comuni. Un bel groviglio, apparentemente contraddittorio, quello tra sindaco-podestà e sindaco-sovrano, che andrebbe sciolto. Specialmente dopo sei o sette anni di teorizzazioni e di esperimenti di «neo-municipalismo», ossia di nuova partecipazione democratica destinata a fare dei comuni le cellule di una nuova rete democratica in grado di respingere gli assalti che dall'alto piovono sui territori in forma di «grandi opere», privatizzazione dei servizi pubblici, messa in vendita dei beni comuni, ecc. Mi pare chiaro che il ruolo del sindaco dipenda da quale pressione è più forte. E oggi quella dominante viene dalla spinta para-fascista a mettere sotto controllo le città per offrirle più facilmente sul mercato del turismo, dell'intrattenimento, dell'appropriazione privata degli spazi pubblici e allo stesso tempo la rivendicazione del separatismo del denaro. Contrariamente a quel che pensa Veltroni, secondo cui basta rimettere in moto la «crescita» per risolvere tutto, la grande crisi in cui ci troviamo non lascia margini se non a un regime politico molto peggiore del berlusconismo del 2001 e che non abbiamo nemmeno cominciato a capire.