di Riccardo Cavallo in il manifesto 20 agosto 2008
Saggi: DOMENICO DI IASIO RI-PENSARE LA POVERTÀ, PENSA, PP.144, EURO 13
Uno tra gli strumenti librari di cui ci si può dotare per opporsi alla tendenza a occultare il problema della povertà è un breve saggio di Domenico di Iasio, Ri-pensare la povertà che pur avendo come punto di partenza il sapere filosofico, assume una connotazione interdisciplinare quando tende a far interagire criticamente la filosofia con la politica e la storia, con il risultato di coinvolgere sia l'ambito teoretico che quello pratico dell'agire. Per affrontare concretamente la questione della povertà converrà innanzitutto ricostruirne la genesi, ripercorrendo il cosiddetto «pauperismo» nel pensiero filosofico-politico europeo moderno e dunque rileggendo l'opera di Mandeville nel mondo anglosassone e quelle di D'Holbach, Kant e soprattutto di Rousseau, nell'universo franco-tedesco.
La riflessione di Mandeville segna una sorta di spartiacque nella storia del pensiero anglosassone moderno poiché considera per la prima volta la povertà non più alla stregua di un effetto dell'assolutismo monarchico (come pensava Hume) ma come una conseguenza della società libera. In altri termini, povertà e ricchezza sarebbero due fenomeni tra loro strettamente correlati: è necessaria la povertà affinché ci sia ricchezza e affinché ne venga garantita la stabilità nel tempo. Quanto a D'Holbach, cerca di risolvere il divario tra ricchezza e povertà incoraggiando il ricorso alla beneficenza, ossia alla cessione volontaria di una quota parte dei beni dei ricchi a favore dei poveri; e Iasio commenta parlando di una utopia irrealizzabile, affidata - come sarebbe - «all'iniziativa spontanea di un singolo individuo, occasionalmente preso da un raptus di solidarietà umana». Ben più in là di D'Holbach sembra spingersi Kant, il quale considera, in linea generale, la beneficenza come un atto moralmente valido ma, allo stesso tempo, ne evidenzia i limiti reali, cioè il perpetuarsi delle ingiustizie e il consolidarsi delle gerarchie sociali. Ma è Rousseau a portare alle estreme conseguenze il discorso sulla povertà, in un testo frammentario e poco conosciuto intitolato Discorso sulle ricchezze, dimostrandosi di gran lunga più realista di D'Holbach quando sostiene l'impossibilità del ricco di cedere spontaneamente una parte dei suoi averi al povero. Quel che è certo, alla fine di questo percorso storico, è che la questione della povertà resta il problema fondamentale del nostro tempo, e per affrontarla è necessario nulla di meno di una rivoluzione intellettuale e morale; se è vero - come affermava Gramsci - che «quando si riesce ad introdurre una nuova morale conforme a una concezione del mondo, si finisce con l'introdurre anche tale concezione del mondo».